23
Nov
09

caute culture

“la cultura è la precauzione di chi pretende di pensare il pensiero restando fuori dal suo percorso caotico”
(E. Glissant)

c’è una cosa che ho detto casualmente una volta a qualcuno che neanche conoscevo e nemmeno vedevo in faccia.
poi l’ho scritta in un commento di uno dei post più vecchi che potete leggere qui sopra e i miei interlocutori han detto “non ti seguo più…” o qualcosa del genere.
poi oggi l’ho detta a mia madre che ha 85 anni e che invece, inaspettatamente, sembrava comprenderla anche senza condividerla completamente ma tanto domani se ne sarà già scordata perché alla sua età ormai si scorda tutto anche dopo pochi minuti.
la cosa più o meno è questa: mi interessano le culture e non gli individui (così l’ho detta a mia madre).
ma può essere detta anche in maniera più forte: credo nelle culture e non negli individui (così l’ho detta nel post suddetto).
e anche in modo drastico e che non ammette repliche: esistono le culture e non gli individui.
ora mi piacerebbe dire qualcosa su questo tema ma temo che riuscirò solo a fare degli esempi giacché non sono un intellettuale.
ecco, tanto per cominciare, mi viene in mente qualcuno – che io amavo molto – che non molti mesi fa mi ha detto qualcosa come: “tu sei un intellettuale, hai una certa cultura, io non sono colta, non sono alla tua altezza…”.
ora, sempre tempo fa domandavo ad un amico se ormai basta leggere qualche giornale, qualche libro, vedere qualche film e occuparsi seriamente di alcune cose inerenti alla cultura e all’arte per mestiere, se bastasse questo appunto per essere considerato un intellettuale da una che magari cerca solo un buona scusa per dirti che non ricambia il tuo amore.
e l’amico, sconosolato, mi rispose che sì, probabilmente bastava questo.
e specifico che neppure il mio amico è un intellettuale bensì un avvocato.
ecco dunque che ai due individui (io e la mia amata) si sostituiscono due culture, una la mia che in questo momento non mi interessa definire e poi la sua che ammette candidamente di essere un’altra cosa, si autodefinisce attraverso l’assenza di cultura e l’interesse magari verso altre cose che magari non si percepiscono come “culturali”.
la tipa in questione per esempio amava le piante, ascoltava il reggae, faceva la spesa al “NaturaSì”, coltivava la marijuana sul suo balcone e tutte le settimane partecipava a delle sessioni di bioenergetica, tutte cose che in effetti io non faccio ma che non mi portavano a considerarla “non-colta” e non mi impedivano di amarla ugualmente come donna e dunque come individuo.
eppure lei contrapponeva, forse inconsapevolmente, la sua cultura alla mia concludendo, magari in un’altra occasione, col classico “non abbiamo nulla in comune”.

va bene, voi direte, questo ancora se la tiene legata al dito, ci fa un bel discorso sulle culture e invece vuole parlare solo di quella che gli ha dato il due di picche.
liberi di pensarlo e allora faccio un altro esempio che mi è capitato oggi (evitando il riferimento a mia madre che chissà cosa potreste pensare).
ero alla fermata dell’autobus a Porta Genova sotto una bella pioggerellina autunnale milanese (si fa per dire…) e mi si avvicina una ragazzina in compagnia del suo ragazzino domandandomi se sapevo dov’era il “Christmas Village”.
io, non avendo la più pallida idea di cosa mi stesse chiedendo, le ho domandato se sapesse in quale via si trovasse questo “Christmas Village” e quando lei me l’ha detto le ho indicato la strada per arrivare in quella via e allora lei e il suo boy-friend si sono avviati in quella direzione ma non troppo convinti.
poco dopo, salito sull’autobus, sono arrivato ad un incrocio dal quale potevo osservare la via che avevo indicato e proprio nei pressi un fabbricato interamente ricoperto di addobbi luminosi al centro del quale campeggiava, sempre formata da mille lampadine, la scritta “Christmas Village”, evidentemente una specie di centro commerciale o un “temporary store” appositamente creato in occasione del Natale e di cui ovviamente io ignoravo l’esistenza.
e tuttavia la ragazzina nel chiedermi l’informazione ha ritenuto più importante dire quel nome piuttosto che il nome della via e quando ha visto che io non ne sapevo nulla si è incamminata verso la via non troppo convinta, cosa che non sarebbe successa se io invece le avessi detto sorridente: “ah sì certo! il Christmas Village! bellissimo, anch’io ci sono appena stato, guarda, al fondo di quella via, attraversi il ponte sul Naviglio e te lo trovi sulla destra”.
dunque nella cultura della giovanissima teen-ager cresciuta nel più sfrenato consumismo sono i centri commerciali che fungono da punti di riferimento geografici mentre nella mia sono i nomi delle vie e al massimo altri luoghi che la fanciulla probabilmente manco conosce.
in questo caso certo gioca la differenza di età (allo stesso modo, ahimé, nel quale giocava con la donna amata che ha 14 anni meno di me) ma certamente si può dire che le nostre due culture non si sono parlate e questo a prescindere da noi come individui.

beh, visto che forse non siete ancora convinti parliamo d’altro, allora.
parliamo di politica, politica italiana per rimanere in un ambito (culturale?) che conosciamo bene.
è del tutto evidente che uno dei mali della politica italiana (totalmente condizionata dalla “cultura” televisiva) è quella che più o meno tutti chiamano la “personalizzazione” della politica stessa.
in effetti ahinoi ci tocca assistere a una diatriba infinita fra tizio e caio, fra bertinotti e casini, fini e fassino, berlusconi e prodi (giacché con gli altri due alfieri della “pagatezza” il primo dei due manco si è degnato di fare un dibattito televisivo) e così via.
mai che si dica, che so, “i conservatori” oppure “i comunisti” o “i monarchici” e così via.
fateci caso, spesso si dice “tu per chi voti? io voto veltroni perché bertinotti mi è antipatico” oppure “io non voto berlusconi, voto bossi” (tipica argomentazione, quest’ultima, di chi tenta in qualche modo di prendere le distanze da un voto, quello per il primo dei due, di cui si vergogna profondamente).
ovviamente il Big Cretin di Arcore è il campione indiscusso e il creatore di questo sistema, tanto è vero che si fa un vanto di aver visto passare 7 o 8 segretari dei PDS-DS-PD (manca solo PS e poi han fatto tutte le combinazioni…) mentre lui è sempre al suo posto, il posto di sé stesso giacché un partito dietro di lui praticamente non esiste, almeno nei termini in cui siamo stati abituati a considerare un partito politico finora e nei quali ancora viene pensato in molti altri paesi del mondo, anche i più presidenzialisti.
io credo che questa personalizzazione – il mettere davanti l’individuo alla cultura cioè, in questo caso la cultura politica – nasconda l’incapacità di elaborare e proclamare con chiarezza delle culture di appartenenza o, nella peggiore delle ipotesi, una volontà precisa di non dirlo, in perfetta malafede.
e così tutti giù, con la scusa della caduta del Muro, a proclamare la “fine delle ideologie”, cioè anche delle culture, che poi alla fine vuol dire l’affermarsi di una sola di esse, cioè quella del mercato o capitalista, che dir si voglia.
e credo anche che la personalizzazione sia il maggior limite di Obama, la cosa cioè che gli ha permesso di vincere, grazie all’enorme forza simbolica della sua stessa figura, e che ora gli impedisce di realizzare ciò che vorrebbe e lo conduce ad una sostanziale solitudine politica, nonostante lui sia animato da una grande volontà di dialogo (ma nessuno lo ascolta).

gli esempi da fare sarebbero infiniti e le discussioni che si possono aprire anche.
e, si badi bene, io non dico “viva le culture” in assoluto, ve ne sono anche ovviamente di molte assai perniciose e che io combatto fieramente.
veniamo però ai blog – giacché questo è un caso interessante che rivela altre cose – e poi chiudo.
anche in questo caso, anzi forse ai livelli massimi, vi è un confronto (e spesso uno scontro o un incontro) fra individui che maschera un confronto (e spesso uno scontro o un incontro) fra culture.
io me ne sono accorto negli ultimi mesi quando si sono accesi diversi dialoghi di una certa asprezza fra alcuni frequentatori del mio blog che stentavo a gestire e tutte le volte in cui, in passato, io stesso aprivo discussioni e polemiche anche aspre su vari blog che leggevo.
e la cosa nuova è che mentre prima mi ci fiondavo anche con un certo divertimento ora invece mi sono stufato.
ed una delle ragioni per cui mi sono stufato è proprio che le discussioni, qualsiasi discussione, si spostano sempre dal merito (cioè le culture diverse che si confrontano) al personale e al relazionale (cioè gli individui).
e alla fine mi sono detto che non ne vale la pena, è qualcosa che già è difficile da gestire nella vita, figurarsi nella rete.
meglio allora restare nel proprio e non andare a discutere con chi non appartiene alla stessa cultura.
cosa che vale anche nella vita, con la mamma o con la fidanzata, con gli amici, i figli e i colleghi di lavoro.
con una differenza sostanziale.
che è il corpo (i corpi) e dunque la cura del nostro e di quello degli altri, l’attrarsi o il respingersi di uno con l’altro o più semplicemente il sistema di segni e suoni in qualche modo pre-culturali (e anche su questo ci sarebbe da discutere) che ciascuno di essi è in grado di mettere in scena generando l’unica comunicazione fra individui che alla fine mi sembra possibile.

12
Nov
09

plus de chansons

Hello, hello, hello
Is there anybody home?
I’ve only called to say
I’m sorry.
The drums are in the dawn,
and all the voices gone.
And it seems that there are no more songs.
Once I knew a girl
She was a flower in a flame
I loved her as the sea sinks/sings(?) sadly
Now the ashes of the dream
Can be found in the magazines.
And it seems that there are no more songs.
Once I knew a sage
who sang upon the stage
He told about the world,
His lover.
A ghost without a name,
Stands ragged in the rain.
And it seems that there are no more songs.
The rebels they were here
They came beside the door
They told me that the moon was bleeding
Then all to my suprise,
They took away my eyes.
And it seems that there are no more songs.
A (scar, star)?? is in the sky,
It’s time to say goodbye.
A whale is on the beach,
He’s dying.
A white flag in my hand,
And a white bone in the sand.
And it seems that there are no more songs.
Hello, hello, hello
Is there anybody home?
I’ve only called to say
I’m sorry.
The drums are in the dawn,
and all the voices gone.
And it seems that there are no more songs.
It seems that there are no more songs.
It seems that there are no more songs.

01
Nov
09

sfigati

ebbene sì, non ci sto più dentro.
e alla fine non mi tengo più e lo devo dire, a costo di passare per antipatico, per snob o quello che volete voi, tanto ci passo comunque.
però alla fine siccome lo penso è inutile che faccia finta di essere gentile, comprensivo, aperto e tollerante.
il problema andrebbe invece rovesciato.
e cioè ci si dovrebbe chiedere perché coloro che sono immersi nelle varie sotto-culture di massa o nelle varie sotto-poltiche maggioritarie e bipolari non si rendono conto di essere loro degli sfigati e non si dimostrano un po’ curiosi e interessati a noi che cerchiamo di portare avanti qualcosa che ha più radici, pesa di più, è minoritario e critico, aspira alla trasformazione di sé e del mondo e richede impegno ed attenzione continui (come diceva Calvino e invece loro se ne ricordano solo per via della “leggerezza”, guarda caso).
e invece no, che cosa succede?
succede che gli sfigati siamo noi, siamo noi quelli che passiamo per estremisti o per pallosi o per intellettuali anche quando non lo siamo o per bacchettoni quando non lo siamo.
e loro invece bei tranquilli, perché hanno dalla loro la ragione dell’essere maggioranza, ci sfottono allegramente e soprattutto ci riducono al silenzio (politico) o alla fame (in quanto artisti).

e invece no, certe cose vanno dette:
per esempio, per stare nell’attualità, che Hallowen è roba da sfigati, sotto-cultura americana dunque neppure nostra, importata senza alcun criterio e nessuna ragione.
oppure che Baricco è roba da sfigati, sotto-cultura letteraria buona per quelli che non hanno mezzo libro in casa e neppure ne han mai preso uno in biblioteca però han capito che se leggono Dan Brown è da sfigati di destra mentre se leggono Baricco è roba di cui magari puoi parlare anche in un salotto radical-chic.
idem dicasi per Houllebecq, Von Trier, Tarantino, Allevi, Einaudi e Capossela nei rispettivi campi.
tutti senza storia, senza radici, ognuno scimmiotta qualcos’altro, letteratura di genere, musica di genere, film di genere.
oppure Veltroni, che prima dice che non si candida e poi si candida, prima dice che farà il partito degli individui e che la lotta di classe è finita, poi dice che “siamo ad un’incollatura” e non è vero, poi perde e non si dimette, poi perde un’altra volta e si dimette ma senza assumersi alcuna responsabilità e continuando a pensare di avere ragione, dopo peraltro aver fatto un accordo con Berlusconi per far fuori Prodi e Bertinotti e dopo aver fatto un secondo accordo con Berlusconi per far fuori la sinistra anche alle Europee – bel campione di democrazia – poi alla fine, dopo che finalmente si è dimesso, scrive un bel libro che si intitola “NOI” dove finalmente scopre le deviazioni dell’IO ma anche questa volta continua a dire che lui aveva ragione.
il tutto dopo aver portato nel mercato qualsiasi idea di beni culturali da ministro dei suddetti e da sindaco di Roma.
roba da sfigati anche questa però nessuno lo dice, giacché a nessuno fa piacere dire di aver votato uno sfigato del genere e dunque passa lui per un intellettuale e pure in buona fede, roba da matti.
di Marrazzo invece non vale la pena di parlare tanto è sfigato, però almeno non difendiamolo, vetri specchi e muri non reggerebbero tanti arrampicatori davvero.

a tutti questi io invece preferisco, che so, chiunque abbia uno straccio di carisma, di intelligenza relazionale – dunque politica -  o che sia un po’ davvero sexy o quanto meno onesto o, come diceva la nonna di Persepolis, che sia integro e coerente.
da questo punto di vista pure la Merkel sembra una marziana (forse perché viene dalla Germania Est, senza farne un’ossessione?) e anche Obama, per spostarci un po’ più a sinistra, sembrava partito bene, ora vedremo che combina, quanto meno alla faccia di tutti i cinici e porta jella italioti che uno così lo vedranno fra cent’anni, lui sì quanto meno un intellettuale e molto sexy, senza ombra di dubbio.
e magari ce ne fossero così anche più a sinistra, buio pesto invece, eccezion fatta forse per Besancenot in Francia, anche lì una marea di sfigati che ripetono tristemente cose già dette e ridette, senza crederci, senza creatività, senza un’idea nuova, in Italia si son lasciati massacrare senza neppure fiatare, anzi quasi sentendosi in colpa di esistere.
ecco, questo sul piano politico, ma per fortuna nelle arti e culture varie la situazione è ben più consolante, ce n’è un’infinità, essendo che son discipline durevoli, grazie alle invenzioni come la carta stampata e i vari mezzi di riproduzione del suono e le tecniche di restauro.
ah finalmente si respira, musica, teatro, “spectacle vivant” come dicono in Francia e trovo che sia un bellissimo modo di dire, i grandi del passato e quelli del secolo scorso, Pina Bausch e Calderon de la Barca, Mozart e Rameau, Bartok e Messiaen e poi il jazz, Bud Powell, Cecil Taylor e tutta la scena contemporanea.
oh, sto parlando di nomi noti e stranoti, mica di carneadi o oggetti di culto.
eppure no, per loro, lo sfigato sono io che ascolto ste cose, io lo snob, io l’intellettuale.
e qui le due cose, arte e politica, si tendono la mano e facendo passare me per sfigato (cioè minoritario perché fuori dal mercato) riescono a far sentire appagati tutti gli altri maggioritari che si acculturano con Allevi, i più fighetti con Einaudi, i più alternativi con Capossela, i più jazzofili con Bollani, i più post-moderni con Tarantino, i più misticheggianti con Von Trier, i più engagé con Houllebecq e Baricco.
però se critichi tutti questi dicendo che sono meri prodotti di mercato, quasi un genere a sé stante, come il prosciutto e il detersivo per i piatti, loro per tutta risposta attaccano te (dimostrando per altro di identificarsi con quelli) e ti guardano con sufficienza dandoti del cretino o del rompicoglioni e nel migliore dei casi dell’estremista o dello snob a tutti costi.

loro invece che passano le serate davanti alla televisione e creano la loro idea della politica guardando Santoro e Gad Lerner e quella della cultura guardando Fazziofabbio, loro invece sono molto fighi e al passo coi tempi mentre io che leggo Pasolini, Foucault, Bianciardi, John Berger e Benasayag (di cui mai si parlerà in tv), ascolto Britten, Robert Wyatt, Ani Di Franco e Magic Malik (di cui mai si parlerà in tv) sempre per parlare dei più noti, io che mi guardo ancora la Nouvelle Vague o i film di Avi Mograbi o di Kaurismaki, io che seguo tutto questo e magari come un pirla ne scrivo pure sul mio blog, io sono un’estremista intellettualoide, nostalgico e pre-postmoderno, in una parola uno sfigato fuori dal mondo e dal tempo.  e magari me la tiro solo per fare colpo – su chi poi non si sa, dato che tutti gli altri stanno dall’altra parte e manco ti ascoltano (salvo altri pochissimi minoritari).

beh, io sono stufo francamente.
me ne sto con quelli che sono come me e se non esistono allora me ne sto da solo.
questo nella vita e nella rete, non c’è differenza alla fine.

27
Ott
09

essere maschi

“So perché i cervi lottano all’ultimo sangue nella stagione dell’accoppiamento e perché il loro bramito è così straziante. In quel momento essere maschi significa avere una spada conficcata in mezzo alle reni, con la punta e una metà della lama che sporgono in fuori. Niente a che vedere con i sogni, niente che sia avviluppato all’interno. La cosa viene da fuori, infilza il corpo come uno spiedo e lo guida, inerme. Nell’uomo è peggio che in qualsiasi altro animale perché dura di più e può cominciare senza stimolo – come se all’improvviso un dito si puntasse contro il cielo. Anche la spada è puntata, e a doppio taglio, e porta la sua ferita per tutta la sua lunghezza. La lama apre di continuo la ferita, che non è altro che la carne del pisello dell’uomo, ora irriconoscibile tanto è grosso ed eretto. Tutti e tre – uomo, lama e pisello – sanno le stesse cose: non ci sarà sollievo finché la spada non affonderà nel fiume di cui è alla ricerca. In quel momento solo quel fiume può guarire le loro ferite, dissolvere la spada e far svanire il dito nel cielo. Noi donne, fiumi di dolore e di sollievo.”


John Berger – da “Lillà e Bandiera” Ed. Bollati Boringhieri (trad. di Maria Nadotti)

 

Édouard_Manet_-_Le_Déjeuner_sur_l'herbe

 

08
Ott
09

a volte, sentendo rumori improvvisi sovrapposti a musiche sublimi,
penso che è così che morirò.
travolto da una valanga di macerie mentre la musica prosegue, come un mantra malinconico.
o forse è così che mi piacerebbe morire, magari non di colpo.

restare lì per un po’ a godersi gli ultimi attimi di vita, un po’ tramortito,
come al mattino quando ti svegli,
o meglio ancora prima, in un sogno,
o prima ancora quando stai per addormentarti.

e intanto comtinuare a sentire quella musica infinita,
quella che ho sempre ascoltato.
quella che ho sempre amato,
quella in cui mi sono riconosciuto.

così, per riuscire a ritrovarmi almeno in punto di morte,
riuscire a riconoscermi,
essere finalmente solo me stesso
o piuttosto riuscire ad essere proprio quella musica.


03
Ott
09

meno male che c’è il teatro (2009 revised)

meno male che c’è il teatro.
in teatro tutto si ferma, il tempo non esiste più e se esiste è il passato.
in teatro non si è mai soli e tutti sono ammessi: donne e uomini, bianchi e neri, etero e omo, bambini e vecchi, italiani e stranieri.
vi sono donne col culo enorme ed il viso bellissimo ed anche il contrario.
vi sono uomini deformi con voci angeliche e anche il contrario.
il teatro conduce all’oblio, gli spettatori per il tempo della rappresentazione, ma soprattutto chi ci lavora, per tutto il tempo passato fra le sue mura, il tempo delle prove e quello delle pause, il momento del trucco e quello del caffè, le entrate in scena e le uscite.
in teatro c’è un odore, di legno e velluto credo, che non c’è in nessun altro posto.
in teatro tutto scompare, i debiti e gli smacchi, il freddo e il caldo, le frustrazioni e persino i desideri, gli odi e gli amori.
in teatro si parlano tutte le lingue e nessuno è straniero, in teatro ci si tocca sorridendo e senza paure.
in teatro si piange ma soprattutto si ride ed ognuno può scegliere il suo momento personale per farlo.
in teatro tutti danzano, anche i più goffi.
in teatro si può essere superstiziosi e il viola porta sfortuna, qualcuno dice perché è il colore dei cardinali.
il teatro riscatta gli oppressi e si burla degli arroganti.
in teatro il potente può intraprendere il suo percorso di spoliazione e lo schiavo prendere la parola.
il teatro permette l’ascesa di classe ma anche la discesa.
in teatro ognuno ha il suo posto e il suo ruolo, in scena e dietro le quinte, e questo rassicura tutti e induce alla concentrazione.
ogni teatro ha il suo “ingresso artisti” e una volta entrati si dovrebbe non poter più uscire.

fuori dal teatro ci si ritrova,  chi non lavora più, chi fa un altro lavoro, chi ormai la fa solo saltuariamente, chi invece sta iniziando, chi sta lavorando da un’altra parte ma oggi è di riposo, chi invece non c’entra niente e dice:  “voi che ci lavorate dentro la vedete dall’interno ma per noi profani è un’altra cosa”.
e in effetti è così e così va bene, siamo una specie di setta e quando capita è bello ritrovarsi, andare a cena dopo la prova generale e fare i paragoni, anche questa è politica, “con tutti i soldi che danno alla Scala ci fanno due stagioni a Trieste o a Torino!”, “con tutti quelli che lavorano qui in una sola produzione a Bologna o Cagliari ci fanno tre spettacoli!”, “a Como invece c’è un’attrezzista che si fa da sola tutta Boheme”, “oh, ma lo sai che qui c’è uno in quinta che è lì pagato solo per fare: sshhh”, “no, dai, non ci posso credere!”,  “sì, sì, anzi sono due, uno a sinistra e uno a destra”, “ecco, poi così finiscono per fare il gioco di Brunetta”.
nessuno di questa setta però si sogna di dire che i fondi pubblici vanno tagliati e i più avveduti e acculturati si rendono pure conto che Brunetta e Baricco hanno detto la stessa cosa.
e nessuno lo dice un po’ perché vorrebbe dire perdere il nostro lavoro e un po’ perché tutti sanno che un’alternativa non esiste, si può magari risparmiare qualcosa ed evitare gli sprechi ma certo mai “confrontarsi col mercato”, come dicono Baricco e Brunetta.
siamo un museo vivente e per di più visitato da uno scarso pubblico.
o è così o si muore.

fuori dal ristorante le vie sono piene di gente in giro per le sfilate o solo per la “movida bauscia”,  sull’autobus ci siamo io e 2 cinesi, la fermata è stata spostata a causa di lavori che finiranno non si sa quando (si spera entro l’Expo del 2015), faccio due passi col primo fresco, altri tram non ne passano, più avanti è tutto bloccato, in successione incrocio un mega tamponamento che vede coinvolta pure una jeep dei carabinieri, un tram bloccato da una macchina parcheggiata, gente che suona per correre chissà dove, camion pieni di muratori, betoniere, altri autobus deviati, militari messi lì non si sa bene il perché, altre movide.
affretto il passo e corro a rintanarmi nel mio buco, sempre con la speranza di riuscirne presto ed infilare di nuovo la porta dell’”ingresso artisti”.

04
Set
09

IL GIOCO DEGLI INCIPIT

settembre è il mese in cui le offerte e gli sconti spariscono dai supermercati, non ho mai capito il perché.

è così grande il mistero che ciascun essere umano contiene dentro di sé (per non parlare degli animali) che passa anche in secondo piano la questione di dove abbia origine la vita e di conseguenza la questione dell’esistenza di dio.
io personalmente tendo a pensare che qualcosa del genere, genere dio intendo, esista ma nello stesso tempo ho una gran voglia di attribuirgli tutti quegli epiteti che di solito si usano nelle bestemmie e dunque, per buona educazione, mi limito a dire che quanto meno se esiste gli è del tutto indifferente la sorte del mondo che ha creato.

questa mattina ho girato tutto il mio quartiere in cerca di una sedia.
ho trovato di tutto ma neppure un negozio o una qualche bottega che ne vendesse.
mi sono spiegato così il grande successo dell’ikea.

tra me e Genova c’è un problema di porte.
forse perché si tratta della città natale di mia madre, anche se è un fatto del tutto casuale.

uscendo stasera verso le otto e mezza mi è capitato di osservare una donna sola che camminava davanti a me.
dopo poco si è fermata in un locale trendy nella mia via e ha salutato affettuosamente il barista africano.
più tardi, un paio d’ore dopo tornando a casa, mi ritrovo ad osservarla di nuovo di spalle che torna indietro, ora ha i capelli sciolti.
a un certo punto le sono così vicino da notare che sotto la gonna indossa un tanga e mentre le passo a fianco per superarla osservo di sfuggita qualche ruga sul suo viso.
poi non mi volto finché non arrivo al portone.
allora mi giro e lei non c’è più.

giovanni allevi nel suo libro dice un sacco di bugie.

non riesco a capire come ci possa essere qualcuno che, osservando in tv il Grande Cretino che dice di essere Superman passeggiando per le vie di Danzica, ancora desideri votare per lui e non veda quanto è conciato male.

la mia amica catalana non ha un amante ma è una donna felice più di tante accoppiate e maritate.
ha almeno 4 uomini, uno dei quali sono io, che la chiamano tutti i giorni e per i quali in vario modo lei è indispensabile.

mio padre in vita sua non ha mai preso un aereo.

sulla metrò mi siedo sempre sull’ultimo vagone.
seduta davanti a me stasera c’è una giovane donna piuttosto corposa e con i capelli con un’acconciatura anni ‘60, sta leggendo un libro di Pennac di cui parlavo giusto qualche giorno fa in un altro post.
più avanti, nel vagone successivo c’è un ragazzo che parla a voce alta, da lontano mi ricorda uno che conosco.
mi viene in mente che questo mio conoscente non assomiglia affatto a suo padre.
così poi penso che forse è adottato e poi penso alla donna che ho amato nei mesi scorsi, ho sempre avuto il dubbio che fosse adottata perché è nata il 29 Febbraio e ho sempre pensato che quella è una specie di data fittizia che danno a tutti quelli che non si sa quando sono nati, così per farli festeggiare almeno ogni 4 anni.
poi mi rendo conto che non lo saprò mai se lei è adottata o no, che non potrò più chiederglielo.

un pessimista è un realista che qualcuno vuole mettere in cattiva luce.

solo oggi ho notato come la copertina della nuova Unità sia copiata bellamente da quella del Manifesto.

è tutto finto o tutto finito?

03
Set
09

TIRED TRADE

lasciare un segno di sé, ecco cosa ognuno di noi fà qui dentro.
con le parole, i suoni, mostrando la nostra libreria.
più raramente mostrando la nostra faccia, il nostro corpo,
più spesso facendo mostra dell’interiorità di ciascuno, spesso anche sgradevole, senza tuttavia, a mio parere, riuscire a penetrarne davvero il mistero.
il gioco è questo ed ognuno lo gioca come crede, nessuno è obbligato a giocare e ciascuno si sceglie i suoi compagni di gioco.
io per esempio continuo a leggere, più o meno ossessivamente sempre gli stessi blog, quelli linkati qui a fianco più un paio di altri con regolarità.
in molti casi lo faccio perché so qualcosa di coloro che li scrivono: con una c’ho avuto una storia, uno l’ho ascoltato alla radio, un paio di altri li ho conosciuti in qualche raduno che io stesso ho contribuito a promuovere, poi c’è uno che mi ha soffiato la pupa e ci siamo conosciuti virtualmente mandandocene a dire di ogni, con altri ancora c’è un’amicizia solo virtuale ma intensa, magari fatta anche di scambi, libri, dischi e partiture scambiate e inviate per posta, di altri invece non so nulla, solo quello che leggo sul blog, ma mi è bastato per ammirarne l’intelligenza e decidere di continuare a leggere.
in tutto saranno una dozzina fra quelli linkati e quelli no.
non sono il tipo cui piace avere troppe amicizie e indiscriminate e in fondo ripropongo qui ciò che faccio nella vita reale e anche con gli scrittori e scrittrici, leggo sempre gli stessi che mi sono piaciuti e a poco e a poco diventano come degli amici che mi piace incontrare di tanto in tanto.
l’unica differenza è che gli amici scrittori sono in prevalenza maschi mentre qui e nella vita sono in netta maggioranza le femmine.
insomma c’ho il mio giro, come del resto tutti.
ma quello che mi chiedo a questo punto è: come andrà a finire?
e poi ancora, ma questo è secondario: ma loro davvero che idea hanno di me? chi sono io per loro?
in fondo a me piace starmene qui da solo, ascoltando last.fm e scrivendo e leggendo e girovagando fra altri siti, più o meno sempre gli stessi, dove stan scritte cose che mi interessano.
ma loro, cioè voi, se ne accorgono?
dunque prima poi mi molleranno al mio destino, considerando anche il fatto che pur leggendoli assiduamente è raro che io li commenti e se lo faccio è spesso per provocare o per criticare quello che non mi piace?
alcuni lo stanno facendo e sinceramente non li biasimo, sta nelle cose.
tuttavia mi chiedo, vista anche la costanza col quale sono riuscito a non chiudere anche questo blog come ho fatto molte altre volte: ma ci sarà un giorno, andando avanti all’infinito, in cui mi abbandoneranno tutti?
ci sarà un giorno in cui i blog non interesseranno a nessuno e tanto meno il mio?
e se arriverà quel giorno come farò ad accorgermene?
o è più probabile che sarò io ad abbandonare la scena prima degli altri?
il titolo è quello del pezzo di Andrew Hill, maestro indiscusso del jazz più misterioso, che sto ascoltando mentre finisco di scrivere questo pezzo.

30
Ago
09

la Pelota Basca

Milano stasera è ancora mezza vuota, nonostante sia sabato.
Si vede che tutti i bauscia e i polentoni torneranno in massa domani e da lunedì di nuovo casino, traffico e inquinamento a palla.
Io e la mia amica catalana ci troviamo come sempre a metà strada fra le nostre due case in un luogo che amo molto.
E’ un ristorante aperto tutto l’anno e dove si riesce ancora a mangiare spendendo non troppi soldi, infatti è sempre pieno di una clientela molto variegata anche se, da qualche tempo a questa parte, fortemente caratterizzata da numerose tavolate gay, non si sa il perchè.
Io però ci vado da anni, almeno una ventina, e da prima che la mia amica catalana arrivasse in città e da prima che diventasse il “nostro posto” o che, per qualche ragione ignota, fosse magari segnalato sulla guida Spartacus.
La cosa che poi mi piace molto è che questo locale si trova praticamente davanti a quella che un tempo era la Pelota Basca.
E dunque ogni volta questi incontri conviviali sono per me anche una sorta di pellegrinaggio.
Originariamente il pellegrinaggio era in ricordo di una giovane ragazza che abitava lì nei paraggi, quando ancora in quel quartiere esistevano case ad equo canone o case occupate o vecchie case di ringhiera ancora non ristrutturate.
Niente paura, la giovane ragazza ora è una donna viva e vegeta, però se ne andata tanti anni fa, al tempo in cui ci frequentavamo, e non è più tornata.
Ma questa è un’altra storia che ho già raccontato altrove e che non mi va più di raccontare.
Vorrei invece parlare di che cosa è diventato ora il pellegrinaggio.
Alcuni anni fa infatti, dopo aver già scritto la storia di cui sopra ed averla pubblicata su qualche blog ormai cancellato, mi è capitato quasi per caso di leggere il romanzo di Luciano Bianciardi intitolato “La vita agra”.
E non potete immaginare l’emozione che mi prese nel leggere le sue vicende, ambientate in quegli stessi luoghi, in quello stesso quartiere, e il sussulto di lacrime che si generò nel punto in cui Bianciardi rende omaggio ai “pelotaris” baschi che vivevano con lui – nella seconda metà degli anni ‘50 – nella pensione con bagno in comune nella stessa via in cui abitava la giovane ragazza che frequentavo nei primissimi anni ‘80.
Dunque la mia fissa per la Pelota Basca ora ha un duplice segno, quello della “saudade” per l’epoca finita dei miei vent’anni e, allo stesso tempo, del grande amore, filiale direi, provato per Bianciardi e per la sua agra epopea, così fortemente premonitrice di tante esperienze che in molti si sono trovati a vivere negli anni a venire, in parte anche esperienze mie.
Ma che succedeva alla Pelota Basca allora, ai tempi di Bianciardi e ancora a quelli della giovane ragazza, e cosa vi succede ora?
Cito me stesso:

Sulla strada c’era un’insegna luminosa, con il neon, con scritto “Pelota Basca Jai Alai” e queste due ultime parole erano scritte in un altro carattere e di sbieco.
Ho sempre creduto che “Jai Alai” fosse il nome di una marca di qualcosa, magari quella dei guantoni che si usano nel gioco della pelota o che so altro.
Invece proprio in questi giorni, proprio mentre sto ricordandomi di tutto questo, ho scoperto, leggendo un libro di memorie di un combattente dell’ETA deportato in Africa, che “Jai Alai” sono due parole, in lingua euskera, sono il nome del gioco o proprio del luogo dove si gioca, noi forse potremmo tradurlo come “sferisterio”.
In questo luogo loro addirittura ci facevano i funerali degli “etarra” uccisi dalle squadre speciali dei servizi segreti spagnoli.
Ma a Milano era solo un posto dove si facevano le scommesse e dove probabilmente molte partite erano truccate.

E ora?
Continuo a citarmi:

…l’insegna, quella bianca e rossa con la scritta Jai Alai messa di sbieco, c’è ancora.
Però è spenta e in fondo al cortile, là dove si apriva lo spazio con l’enorme salone con i muri pitturati di verde, c’è un cancello chiuso.
Sulla strada c’è un citofono con scritto: “LA PELOTA S.R.L.”.
Per molto tempo, ogni volta che ci passavo trovavo il cancello sempre chiuso ma una sera dell’inverno scorso [...] ho visto il cancello aperto e delle luci accese.
Così sono entrato a vedere.
Il salone è rimasto lo stesso di una volta ma i muri sono stati tutti pitturati di bianco e gli spalti per gli spettatori di nero; in un angolo in alto, appeso al muro hanno lasciato ancora (bontà loro) il cartellone con i nomi di alcuni giocatori (Mendieta e altri che non ricordavo).
Il problema è quello che c’era sul campo di gioco e su gli spalti: non più energumeni [...] impegnati a tirare una palla contro al muro circondati dal meglio della mala e della dolce vita milanese ma una serie di bellissime ragazze in costume da bagno che sfilavano su una passerella al suono di una musica fortissima emessa dagli altoparlanti e circondate dal pubblico degli “addetti ai lavori” e degli imboscati vari che attendevano solo la fine della sfilata per precipitarsi verso i tavoli dove c’era ogni ben di dio di roba da mangiare preparata da un efficiente servizio di catering.

Ecco dunque come si svolge la nostra nuova vita agra che un po’ ci piace perché ci tiene incollati al passato e un po’ ci fa soffrire perché ci tiene incollati al presente.
Invece di andare dalle Sorelle Pirovini si va al Grand’Italia di Via Palermo.
Invece di fare i precari ante-litteram della conoscenza come Bianciardi, io e la mia amica catalana facciamo i precari post-litteram della conoscenza, cercando di insegnare qualcosa ai bambini della Milano radical-chic, alle sciure post-sessantottine, alle neo-spirituali post-settantasettine e alle neo post-moderne asessuate cresciute coi cartoni giapponesi.
Ed essendo che alla Pelota Basca ci fanno le sfilate di moda non ci resta, per passare la serata dopo aver mangiato, che tornare a casa e scrivere queste cose su un blog.


11
Ago
09

SILENZI

Il silenzio in taluni luoghi è d’oro oppure magico e inaspettato per chi non vi è abituato.
Ma il silenzio dei miei due cortili oggi è piuttosto agghiacciante.
Ma non c’era la crisi, mi viene da dire?
Stando a Milano in questi giorni non sembrerebbe: nel mio palazzo sono partiti quasi tutti, chi resta sono stranieri, due pseudo-escort brasiliane, i pakistani che gestiscono il take away, dei filippini super-silenziosi anch’essi, forse portinai di un altro palazzo, perché ora tutti i portinai sono filippini.
Nelle strade non c’è anima viva, sembra d’essere a Ravenna o Reggio Emilia la domenica mattina, niente auto e si gira in bici tranquillamente senza bisogno di guardarsi alle spalle e ai fianchi.
In compenso, alla faccia degli annunci del comune, non c’è un panificio aperto neanche a piangere e quelli aperti ovviamente vendono il pane a caro prezzo.
C’è di buono che mi sono iscritto alla biblioteca rionale, rimasta aperta, e ora posso prendere in prestito i dvd senza spendere nulla e trovando quelli d’autore e molto vecchi che da blockbuster non ci sono.

Silenzio anche nei pressi della stazione di Viareggio e in merito a ciò che vi è accaduto poco più di un mese fa.
Ci passo all’andata, sono da solo, seduto davanti a me un tizio traffica su un portatile e tutto il suo interesse è rivolto alla questione dell’aria condizionata che sul vagone in cui siamo non funziona molto bene.
Il treno riparte dalla stazione e poco dopo si vede qualcosa che non lascia dubbi: su un fronte di varie decine di metri è tutto marrone e nero, alberi, case, strade, staccionate, muretti, binari, lampioni, finestre, tapparelle e questo laddove c’è qualcosa che non è crollato.
L’unica cosa bianca è una specie di tenda, ora però credo si debba chiamarlo un gazebo, con appeso uno striscione con scritto “Villaggio della solidarietà” o qualcosa del genere.
Sotto al gazebo c’è seduto un signore, un vecchio, su una sedia di plastica bianca, dinnanzi ad un tavolino bianco, non fa nulla e forse aspetta che passi qualcuno ma nessuno passa di lì.
Al ritorno la mia amica di Barcellona insiste perché vuole vedere anche lei e così appena vedo scritto Viareggio Scalo ci alziamo e andiamo nel corridoio.
Con noi si alza anche il ragazzo tosco-marocchino che sta nello stesso nostro scompartimento, riguardiamo la stessa scena dell’andata e questa volta mi par di ricordare che la tenda è stata spostata poco più lontano, non si vede neppure se sotto c’è ancora il vecchio signore che aspetta non si sa chi e cosa.
Mentre rientriamo nello scompartimento il treno arriva in stazione, una signora si rende conto di quello che abbiamo appena visto ma purtroppo per lei se lo è lasciato sfuggire.
Dal resto del vagone nessun segno di vita.

Sul giornale, qualche giorno prima leggo un’intervista a un tizio che ha fatto l’obiettore con me, non lo vedo da 25 anni circa.
E’ in Via Rubattino di fronte allo stabilimento dell’Innse e dice:
«… a me è capitata la stessa cosa e per ben due volte. La prima alla BioTrading. Nel ‘91, anche se gli affari andavano bene, hanno dato la produzione ai terzisti e ci hanno mandati a spasso in cinquanta. Poi sono andato alla Bracco, qua vicino a Lambrate, dove una volta lavoravano più di mille persone. Anche lì, stessa storia: hanno tenuto solo il marchio e spostato la produzione all’estero o dai terzisti. La Holding Bracco fa utili a palate, la padrona (Diana Bracco, ndr) si mette in bella mostra con l’Expo, io sono disoccupato da quasi due anni. Come me la cavo? Per uno della mia età, lavoro non ce n’è. Altro che outplacement… Faccio lavoretti da elettricista, da idraulico, imbianco e vernicio la casa di amici e conoscenti. Mi passano i cinquanta, cento euro, con cui tirare avanti. Sono più inferocito adesso di quando avevo vent’anni. E’ vita questa? Ci trattano come carne da macello. Se potessi, andrei anch’io sulla gru. Non mi dicano che non c’è una nicchia di mercato per l’Innse. Non ci credo. Qui fuori siamo in cinquanta. Dovremmo essere milioni, anche se è agosto. La Cgil, con tutti i funzionari stipendiati che ha, non potrebbe richiamarli dalle ferie? I partiti? Vengono qui solo per piantare le loro bandierine, adesso che ci sono le telecamere. Per esempio, quello lì (un parlamentare dell’Idv, ndr) chi l’aveva mai visto prima? Eppure di tempo ne hanno avuto, la lotta dell’Innse va avanti da 14 mesi. Comunque vada a finire, la mossa del signor Genta non è passata liscia, voleva smontare tutto passando inosservato, invece l’Innse è finita sui tg e sui giornali. Grazie anche ai cinque che sono saliti sulla gru. Sono dei grandi, là in alto devono esserci 45 gradi, la lamiera si arroventa. Non possono lavarsi, vanno avanti a panini. Un giorno in quelle condizioni ne vale dieci. La qualità di questi operai è importante. Non è gente che tentenna, con loro picchiano sul duro».
La sua età è anche la mia, ricopio le sue parole tali e quali e me ne sto in silenzio, l’unico che abbia senso, quello basato sul rispetto.

Silenzio infine anche nel territorio dell’amore, squarciato occasionalmente da qualche flebile segnale: degli sms, qualche sbadiglio, telefonate al tramonto e nulla più.
Il fatto è forse che non si riesce ad ammettere con sé stessi che la persona che amiamo non è quella giusta, che ci siamo sbagliati, non abbiamo nulla a che fare con lei e siamo rimasti delusi, forse alla fine anche un po’ disamorati.
Eppure non ce n’è: finita l’epoca d’oro dei vent’anni – l’epoca dell’amore innocente e che nulla sa di sé – l’unica possibilità che ci rimane è proprio quella di incontrare chi non ci saremmo mai aspettati di incontrare.
L’amore è fatto principalmente di desiderio – fisico e morale – e di una forma che si dà alle emozioni, è fatto del mistero nostro e altrui, dell’inspiegabile bisogno che hanno questi due misteri di incontrarsi.
E dunque che ce ne importa alla fine dell’aspetto sociale, dell’età, della cultura, della classe, delle affinità, delle tribù, delle mogliebuoi.
L’unica strada per uscire dal silenzio è davvero quella della relazione, della durata, del buttarsi a capofitto e dell’esperienza.
Fuori da quella solo paure, incertezze, solitudine, incomprensioni, differenze incolmabili, lontananze, egocentrismo, opportunismo.
E silenzio, di quello brutto che fa paura.