06
feb
10

lotta di gran classe

Vien da pensare ch’io sia diventato comunista, o giù di lì, per evitar di diventare un gentiluomo giapponese, uno di quelli che invitan le signore nel miglior ristorante fuori dal teatro per poter alla fine pagar di tasca propria.
Ma quelli così lo son diventati partendo da zero, si son fatti con le loro mani, si son fatti da sé ed amano ostentarlo.
Non bisogna confonderli con quelli che già hanno i soldi, i figli di papà che non han mai lavorato in vita loro, no, quelli son taccagni e ti invitan al massimo in pizzeria e poi conti separati.
Dunque vien fatto di pensare, come dicevo poc’anzi, che l’esser comunisti sia alla fine un bel modo di evitar di sgobbare, un buon modo per evitar di ritrovarsi nella scomoda posizione del gentiluomo giapponese che ha sgobbato tutta la vita, si è inchinato ed ha taciuto, anche quando proprio sarebbe stato il caso di parlare.
Ha sgobbato ed ha taciuto e perciò non può essere un comunista.
I comunisti scioperano e urlano.
Epperò non guadagnano i soldi per offrire la cena alle signore fuori dal teatro e neppure le invitano in pizzeria come i figli di papà.
No, i comunisti se ne stan per conto loro, nei sottoscala, nei negozi di periferia adattati a sezione e un manifesto con la falce e martello appiccicato alla vetrina.
Si ritrovano la sera a discutere e progettare, le lotte e la rivoluzione, fumano come turchi e hanno il viso giallo sotto la lampada al neon.
C’è anche qualche donna tra loro ma son donne che mai son state invitate a cena nel dopo teatro, donne brutte, grasse e trasandate, spettinate e intabarrate, son sempre le più incazzate.
Ne consegue che forse le belle donne o le eleganti signore son per loro natura estranee ed ostili all’idea del comunismo che impedirebbe loro di poter essere adeguatamente corteggiate ed invitate.
Impedirebbe loro di esser tutte Audrey Hepburn, di giocare e gigioneggiare, civettare e far capricci coi bellimbusti impomatati che le voglion impalmare esibendo la loro carta di credito ben pasciuta e soprattutto fottendosene dei lavoratori in cassa integrazione (quando va bene), dei morti di fame depredati delle materie prime a suon di fucilate, degli stati in bancarotta all’altro capo del mondo, delle delocalizzazioni, dei nuovi schiavi, dei sottopagati, del lavoro usa e getta, del lavoro interinale, on demand, a progetto, a soggetto, a contratto di formazione e via dicendo.
Se ne fotton quelli e loro sì che han l’anima nera a forza di fottersene, perché in realtà se ce l’hanno fatta da soli è perché han schiacciato qualcun altro, perché han fatto girare il denaro in modo da non pagare le tasse, hanno aperto un conto in un paradiso fiscale, hanno aperto una fabbrica in Romania o vanno a costruire in Cina, in qualche sottoscala o in qualche fabbrica blindata, quello che poi rivendono qui alle lolite che sognan d’essere Audrey Hepburn.
Ecco dunque perché son diventato un comunista o giù di lì.
Perché oltre a non voler fare tutte queste cose – schiacciare, delocalizzare, depredare, evader le tasse, corrompere, inchinarsi e tacere – non c’ho neppure tanta voglia di lavorare e anzi lavoro il meno possibile.
Ed ecco anche perché questa sera, invece di portare a teatro e poi al ristorante una con il tubino nero, me ne sto qui a scriver su sto blog e a veder film maroccati (Sweded per i più snob).

23
gen
10

proud to be nerd

Vivevo felice o infelice fino al momento di scoprire e poi successivamente frequentare ed utilizzare la rete?
La questione è certamente interessante e può essere affrontata da diversi punti di vista.
Una cosa è certa: il tempo presente nel nostro paese è realmente deprimente e la rete ne è allo stesso tempo la rappresentazione e un’occasione per fuggirne, per vedere, sentire e conoscere qualcos’altro.
Ma questa occasione poi rischia di ritorcertisi contro e trasformarsi nuovamente in depressione scatenando la domanda: ma perché altrove sembra tutto meglio e l’Italia fa così schifo e perché a me tocca vivere proprio qui?
Ma queste son faccende personali e toccano le scelte fatte e quelle da fare, il passato e il presente, oltre che l’eterno dilemma fra la tentazione della fuga e il restare per opporre resistenza.

Quello di cui vorrei parlare brevemente è invece la fuga che si può fare restando qui o l’opporre resistenza anche rimanendo di fronte allo schermo del computer.
Non parlo di tutte le benemerite iniziative che nascono in rete, su facebook o altrove, non parlo delle petizioni e delle manifestazioni organizzate tramite la rete, non voglio discutere della loro utilità o meno, efficacia o meno.
Vorrei soffermarmi su coloro che pur lavorando, producendo o creando qualcosa in rete da soli, lo fanno nello spirito di un genuino, sincero e soprattutto disinteressato desiderio di condivisione che è già di per sè alternativo al sistema di mercato che vede nella rete solo un’occasione ulteriore di profitto o al massimo un veicolo pubblicitario, sempre pronto com’è invece a bastonare ogni forma di libera espressione, tramite le varie leggi in discussione o già approvate nei vari paesi, oltre che ogni forma di libera condivisione di contenuti ed espressioni artistiche e culturali più o meno soggette a copyright.

Da questo punto di vista fa specie l’ipocrita e opportunistica canaglieria dell’azienda di proprietà del nostro emerito presidente del consiglio che dopo aver ottenuto, in anni passati, un accordo forfettario con la SIAE rifiutandosi di pagare i diritti d’autore nei suoi programmi televisivi con le stesse modalità della RAI, si trova ora ad aver portato in tribunale i gestori di YouTube per aver reso visibili i loro programmi senza il pagamento degli stessi diritti.
Non è chiaro? Mi spiego meglio: nei suoi anni iniziali Mediaset o come si chiamava allora si rifiutava bellamente di pagare alla SIAE i compensi sulle varie opere dell’ingegno (musica, immagini e testi) utilizzate nei loro programmi.
In questo modo è stata portata in tribunale dalla SIAE e si sono messi d’accordo su un forfait, cosa che per esempio in RAI non avveniva e non avviene tuttora, essendovi ogni singolo brano musicale o testo pagato per ogni singola messa in onda con grandi profitti degli autori e qualche inciucio dei programmisti che compilano i borderò in favore di amici e/o altri dispensatori di favori e prebende.
E’ noioso questo discorso?
Forse sì ma è utile per inquadrare il contesto in cui si inserisce la rete con tutte le sue possibiltà che aumentano sempre di più e che di conseguenza terrorizzano il sistema di mercato oltre che i politici che a tale sistema sono assoggettati: youtube, il file sharing, i blog, persino google e facebook vengono visti come potenziali divulgatori di cultura, di sapere e di informazione fuori controllo e soprattutto, che per il sistema di mercato è la cosa peggiore, senza profitto.

Da questo punto di vista, per tornare alla domanda iniziale, io sono ben felice di utilizzare la rete.
E lo dico, beninteso, essendo anche un autore ma ovviamente un autore “fuori dal mercato”.
Infatti, statene pur certi, il sistema – con le sue propaggini giudiziare e poliziesche – non verrà certo a colpire chi divulga contenuti e opere di coloro che sono fuori o ai margini del sistema stesso.
No, il sistema ovviamente se la prende con chi scarica e/o condivide l’ultimo disco di Madonna o di Elisa piuttosto che il film di Checco Zalone o Avatar.
E non viene di certo a rompere le scatole a me che scarico o condivido le mie opere fuori dal mercato, anche se formalmente di proprietà di qualche editore, o altri blog che ultimamente frequento assiduamente in cui si trovano quintali di musica bellissima e assolutamente fuori dal mercato o al massimo considerata “di nicchia”.

Dunque certo questa fuga sul posto, questa resistenza solitaria e silenziosa, non sarà forse molto efficace, se non sulla lunga distanza, ma è senz’altro bella e giusta e riesce in qualche modo ad essere una risposta positiva, una forma di “resistenza creativa”, come direbbe Miguel Benasayag, a quei fenomeni inqualificabili e insopportabili che ho descritto qui sopra.
E dunque viva i blogger, specialmente quelli che diffondono idee e suscitano dibattiti.
Viva tutti coloro che creano e diffondono le loro creazioni.
Viva tutti quelli che amano appassionatamente qualcosa – sia essa una musica, della poesia, delle immagini, della scrittura, delle idee – e la diffondono gratuitamente, spendendoci del tempo e delle energie e non ricevendone indietro altra soddisfazione di quella di condividere con altri le loro stesse passioni, partecipando così di quella che è stata definita “etica del dono”.
Viva anche quelli che si sono inventati tutti i sistemi e i programmi per fare tutto questo, specialmente quelli che poi non ne hanno tratto un business.
Viva quelli che non fanno altro.
E viva anche coloro che non hanno altro che questo e ne fanno la ragione della loro vita solitaria.
Viva i collezionisti folli e generosi, i compositori in cerca di ascolto, i video-maker indipendenti, i blogger che diffondono sapere, notizie, opportunità di lavoro, opportunità di fuga.
Viva chi dedica anche solo una mezz’ora della sua vita a chattare in modo sincero e curioso con qualcuno che neppure conosce.
Alla fine, come è stato già detto mille volte, “il mezzo è il messaggio”.
E dipende solo da come lo si usa.

12
gen
10

un ruego en la boca


Ci son cose che riguardano la morte che non si possono dire ma solo percepire intimamente.
La morte degli altri ovviamente, che della nostra alla fine nulla sapremo veramente fino al momento in cui non avremo più il tempo di dirne nulla.
Si dice la morte ma si dovrebbe dire la mancanza anche se alla fine è proprio il fatto che questa mancanza sia definitiva a renderla così diversa dalle altre mancanze.
La mancanza o l’assenza che a volte è così insopportabile e ingiusta da farci dire: che cazzo vivo a fare io, perché non sono morto io invece di qualcuno che meritava così tanto di vivere, qualcuno di cui tutti abbiamo bisogno.
Perché muore proprio quel qualcuno e non invece qualcun altro che non merita di vivere, qualcuno che opprime gli altri, li governa, li simboleggia in negativo, qualcuno che si meriterebbe una pallottola in fronte, qualcuno della cui morte si può anche esultare, la morte di chi disonora il genere umano, quella di Pinochet per esempio.
E invece no, ognuna delle morti ingiuste ci riconferma ogni volta nella vecchia sensazione già conosciuta, ci dice che son sempre i migliori ad andarsene, i più fragili, i più delicati, gli illuminati, coloro che sono toccati dalla grazia, dalla bellezza, coloro che sono giunti sulla terra per salvarci in qualche modo, salvarci dall’angoscia e dalla disperazione attraverso la bellezza, la poesia e il canto.

Continuo a domandarmi se è la sua morte – inaspettata, prematura e ovviamente profondamente ingiusta – che mi ha fatto capire così tante cose di Lhasa de Sela o se al contrario le sapessi già prima senza volerle vedere o sentire fino in fondo.
Eppure era già tutto lì, bastava vederlo, i video e le interviste lo testimoniano e la maggior parte di questi materiali erano già lì, disponibili e visibili, quando lei era ancora viva.
Ora invece tutto appare così diverso, così più intenso, tragico, così straziante, ogni sua nota, ogni suo gesto, ogni impercettibile movimento del suo volto, ogni sorriso, ogni lieve increspatura dell’espressione che inclina alla tristezza, alla fragilità.
Ogni sua canzone già così vicina al mistero, già così ipnotica e cullante, già così lacerata, testimonianza della rottura, della separazione, dell’assenza e della mancanza.

Ora è tutto una mancanza e allo stesso tempo una presenza bruciante, maledetti mezzi di riproduzione meccanica del suono e dell’immagine e chi li ha inventati, come cambiano tutto, come sono anche a volte così imbarazzanti e allo stesso tempo così consolanti, come facevano ai tempi di Mozart o Rameau quando uno moriva, come lo ricordavano, ecco forse perché hanno inventato la scrittura musicale e perché ora non ce n’è più bisogno se non per suonare quello che non riusciamo a ricordare a memoria, quella memoria che stiamo perdendo e che si sta atrofizzando a forza di file audio e file video.


E’ una mancanza anche quella di chi mi ha fatto sentire per la prima volta Lhasa, mannaggia a tutte queste storie di rete, queste persone che si perdono, queste altre mancanze che per sopportarle si buttano via i numeri di cellulare, si cancellano le mail ed ora, proprio ora che servirebbero per dire: hai saputo? l’hai saputo vero? come stai? io è da una settimana che sto incollato al pc a sentire e vedere tutto e quanto ho pianto, “estoy roto de dolor”, come ha scritto una tipa di Barcelona da qualche parte, proprio ora quei numeri e quegli indirizzi non ci sono più e ti metti a cercarli ma senza trovarli.
E’ una mancanza quel concerto che avremmo tanto voluto andare a sentire, quel concerto abbastanza raggiungibile da andarci a qualsiasi prezzo, in Europa sicuramente.
E invece no, in Italia una volta sola, Napoli nel 2005 ma chi ne sapeva nulla allora, e poi basta.
In Europa poco di più, a saperlo si andava a Reykjavík a maggio, ma che cazzo ne sapevamo che era l’ultimo.
Eppure, eppure stavamo tenendo d’occhio la situazione ma sempre un po’ in ritardo.
Il penultimo contatto: hai saputo, è uscito il nuovo disco! guarda i video dello showcase a Parigi nel teatro di Peter Brook, ma cavoli cos’è questa pettinatura, non mi piace con i capelli corti!
L’ultimo contatto: hai visto, ha annullato la tournée in ottobre per motivi di salute!, ma no! che sfiga dai, neppure sta volta riusciamo a sentirla, speriamo non sia nulla di grave…

Speriamo sì, speriamo non sia nulla di grave.
Così ora speriamo non sia nulla di grave questa doppia mancanza e speriamo che sia solo l’effetto scioccante della sua morte a tenermi attaccato a questo struggente omaggio di Radio Canada, a questa struggente canzone russa che non riesco a sentire per intero se non ogni tanto su last.fm nella rotation casuale, a tutti quei video uno più bello dell’altro, quelli col circo delle sorelle, le interviste, i concerti, le cover e poi quelli nel loft di Montreal, probabilmente gli ultimi, dove canta circondata dai suoi amici probabilmente, che poi è il modo più bello di cantare e forse l’unico che ha un senso.
Speriamo non sia nulla di grave, solo la testimonianza che si può stare sia dentro che fuori il mercato, che si può ancora sentire una voce che canta la stessa canzone ogni volta in un modo diverso e sempre con la stessa intensità, la stessa verità, la stessa necessità profonda, la stessa capacità di “lasciarsi attraversare” dalla canzone così come mi ha insegnato qualcuno, la stessa “depossession amoureuse”.
Lo stesso coraggio anche e, allo stesso tempo, la stessa disarmante dolcezza.
La stessa coscienza della “straziante bellezza del creato”, come dicevano Pasolini e Totò, straziante proprio perché la percepisci in punto di morte o quando quella stessa bellezza muore.
E speriamo anche di poter un giorno sentirla cantare le canzoni di quei due – quello che lei da piccola sognava di sposare e quell’altra che continuerà sempre a farci cantare “grazie alla vita” – che son stati ammazzati da Pinochet.

“In cielo ci sono nuvole che continuamente si trasformano. A volte combattono fra loro. A volte danzano, A volte…non fanno niente”.

(Lhasa de Sela 1972-2010)

05
gen
10

adieu, adios, farewell

Montréal, Québec, Canada le dimanche 3 janvier 2010

La chanteuse Lhasa De Sela est décédée à son domicile de Montréal pendant la soirée du 1er janvier 2010, un peu avant minuit.

Un cancer du sein qu’elle a combattu avec courage et détermination pendant plus de 21 mois l’aura finalement emportée.

Durant cette période difficile elle a continué à toucher la vie des gens qui l’entouraient avec la grâce, la beauté, et l’humour qui la caractérisaient.

Elle a aussi réussi à terminer l’enregistrement de son dernier album et à assurer son lancement sur scène au Théâtre Corona de Montréal et au Théâtre des Bouffes du Nord à Paris. Les deux concerts donnés en Islande au mois de mai auront été les derniers où elle aura interprété ses vibrantes chansons.

Elle préparait une grande tournée internationale qui devait commencer à l’automne 2009 et qui a dû être annulée. Elle travaillait également sur un prochain album  où elle voulait interpréter des chansons des grands artistes chiliens  Victor Jara et Violeta Parra.

Lhasa De Sela est née le 27 septembre 1972 à Big Indian dans le nord de l’Etat de New-York.

Elle aura vécu une enfance originale, marquée par de longues périodes  nomades avec ses parents et ses sœurs dans un bus à travers les Etats-Unis et le Mexique. Dans ce bus, les enfants improvisaient de petites pièces de théâtre devant les parents, soir après soir. Elle a grandi dans un univers qui lui a permis de découvrir le monde loin de la culture conventionnelle.

Lhasa est devenue plus tard l’exceptionnelle artiste que le monde entier a découvert avec La Llorona (1997), The Living Road (2003) et enfin Lhasa (2009). Ses trois albums se sont vendus à plus d’un million d’exemplaires à travers le monde.

Il est difficile de décrire sa présence scénique et sa voix unique qui ont contribué à en faire une icône dans plusieurs pays. Voici certains adjectifs qui ont été utilisés par des journalistes : passionnée, sensuelle, indomptable, douce, profonde, troublante, incantatoire, hypnotisante, feutrée, puissante, intense, millénaire.

Lhasa avait une façon unique de communiquer avec le public. Elle osait ouvrir son cœur sur scène ce qui permettait aux spectateurs de sentir une intime connexion, de se  sentir en communion avec elle. Elle aura marqué profondément plusieurs personnes à travers les nombreuses villes et pays qu’elle aura visités.

Jules Beckman, un ami de longue date, a trouvé ces mots :

We have always heard something ancestral coming through her. She has always spoken from the threshold between the worlds, outside of time

She has always sung of human tragedy and triumph, estrangement and seeking with

a Witness’s wisdom. She has placed her life at the feet of the Unseen.»

Lhasa laisse dans le deuil son conjoint, Ryan, ses deux parents, Alejandro et Alexandra, sa belle-mère, Marybeth,  ses 9 sœurs et frères (Gabriela, Samantha, Ayin, Sky, Miriam, Alex, Ben, Mischa et Eden), ses  16 neveux et nièces, son chat Isaan, ainsi que de très nombreux amis, musiciens et compagnons de travail qui l’ont accompagnée durant sa carrière, sans compter ses innombrables admirateurs à travers le monde.

La famille et les proches ont pu vivre leur deuil paisiblement depuis deux jours et ont énormément apprécié cette importante période d’intimité et de recueillement.

Les funérailles seront réservées à la sphère privée.

Il a neigé plus de 40 heures à Montréal depuis son départ.

31
dic
09

cose belle del 2009

- un bambino e due cani che si rotolano nella neve, tutto intorno boschi e silenzio infinito, io affondo nella neve fino alle ginocchia, il bambino ci fa le capriole sopra e/o dentro come se fosse in spiaggia o su un materasso e non vorrebbe più smettere;

- una camminata il giorno dopo con la madre del bambino in un bosco non lontano, con la luce del sole sulla neve che non la vedevo da almeno trent’anni, a un certo punto a pochi metri compare un capriolo o un altro animale simile che non so riconoscere dato che quello proprio non l’ho mai visto in tutta la vita;

- ascoltare musica su last.fm;

- qualche buon momento di illuminazione e/o trance e/o duende e/o catarsi durante alcuni concerti di musica più o meno improvvisata;

- baci folli e appassionati nell’androne del palazzo alle due di notte, talmente folli da intuire vagamente che non sarebbe stata una passeggiata;

- e infatti la passeggiata in un certo senso nemmeno comincia, anzi finisce con un completo giallo, maglietta e minigonna da levare il fiato e anche da levare proprio di dosso ma non è Ultimo tango a Parigi, non sono gli anni ‘70, sono gli anni zero, non ci sono chewing-gum e pistole, semplicemente pigli e te ne vai e nella testa rimane una domanda: “è tutto finto o tutto finito?”;

- una seduta di feldenkrais, in piena estate e con la finestra aperta, sempre sul punto di addormentarsi ascoltando le voci di alcuni bambini nel cortile sottostante;

- girare per l’Alta Maremma su un Qubò a noleggio ascoltando i miei “mix estate”, rivedere Punta Ala e Castiglion della Pescaia dopo 30 anni;

- stare steso su una stuoia di paglia a guardare il cielo che si mischia coi rami della pinetina di Baratti, domandandosi se magari qualche pigna ti arriva dritta sulla testa e non ci pensi più;

- noleggiare gratis dvd alla biblioteca rionale, in particolare: tutti quelli di Kaurismaki, “Il cerchio” di Jafar Panahi, “Masculin Feminin” di Godard, “Come l’ombra” di Marina Spada, un’intervista commovente e disperata a Bianciardi e Maria Jatosti che si trova negli extra della “Vita Agra” di Lizzani e molti altri che ora non ricordo;

- guardare i mondiali di atletica alla tv;

- prestare e ricevere libri per posta a/da qualcuno conosciuto su anobii;

- ascoltare da dietro le quinte, aspettando di entrare in scena, un’aria della Fausta di Donizetti (ma senza la cabaletta) col violoncello concertante, l’arpa accompagnante e una voce toccante;

- essere in tournée, espatriare per qualche giorno, anche in qualche insignificante cittadina di provincia della Francia o della Danimarca, provare quell’irresistibile e piacevolissima sensazione di libertà e soprattutto di essere lontano da tutto e soprattutto dall’Italia;

- la bellissima e commovente regia di Peter Sellars (che non è Peter Sellers) della “Theodora” di Haendel (forse si riesce a trovare il dvd in qualche edicola…), una di quelle opere che andrei a cantare anche gratis (nel coro);

- ascoltare un coro catalano appena sbarcato da una notte in pullmann e un gruppo di giovanissimi body-percussionists brasiliani in una specie di sala mensa di una specie di colonia persa nelle colline dello Jura (e non permetterò a nessuno di dire che i vent’anni non sono l’età più bella della vita…);

- riuscire ancora ad abbracciare contenendo e scoprire che alla fine sono i limiti che danno una forma alle cose, nell’arte come nella vita;

- due bellissimi concerti di Jeanne Lee e una specie di bootleg del ‘66 a Stoccolma in duo con Ran Blake scaricati da rapidshare dove qualche illuminato li ha messi in condivisione (una delle poche bellissime cose che dà un senso alla rete e anche alla vita).

24
dic
09

grey christmas

la neve quest’anno non mi piace.
è stata una neve cattiva e per nulla poetica che sembrava dire: ben vi sta, maledetti abitanti di Milano.

ben vi stanno i vostri treni e aerei prenotati mesi prima, ben vi sta la vostra vita rigidamente regolata sulle ferie che vi concedono, ben vi stanno i vostri regali di natale, i vostri suv incolonnati.
ben vi stanno le vostre vite di emigranti del terziario, ben vi sta l’aver trasformato una città che era una città in un gigantesco ufficio o in un gigantesco parcheggio o in un gigantesco residence.
ben vi sta il sindaco che avete votato scelto dal presidente che avete votato.
e dunque beccatevi sta neve e sto freddo e poi la pioggia, congelatevi e scivolate, sudditi!
e anche voi parassiti (io per esempio) che vivete dell’elemosina di tutti gli altri, anche voi rintanati nelle case, nelle librerie antiquarie, nei salotti ikea, negli studi medici e negli spazi creativi, nelle sedute di meditazione o di analisi, con Lowen o con Lacan, anche a voi ben vi sta.
così imparate a non ribellarvi, così imparate a cullarvi nelle vostre fughe romantiche, così imparate a scaccolarvi i rimasugli dei sogni notturni che vi escon dall’ombelico, così imparate a dire quanto è bella la neve e quanto fa anni ‘70 e poi a piantarvi su facebook o sui vostri blog a dirgliene dietro di ogni al presidente di tutti gli italiani, così poi gli anni ‘70 restan solo nelle parole vuote e paranoiche di Schifani e nelle belle leggi speciali per controllare il web che faranno.
toh, beccatevi anche voi il ghiaccio che ricopre la neve e la fa sembrare una specie di schifosa meringa glassata e zuccherata.
beccatevi il freddo gelido e umido che la precede e la pioggia poi che la scioglie e fa diventare tutto un paciugo, sporco e grigio.

la neve invece, e pure la vita d’altronde, richiederebbero altre competenze ormai perdute, altri ritmi, altri treni che sono stati tutti eliminati, altri vestiti che non si vendono più perché tanto c’è il riscaldamento globale.
e poi, io che son qui che scrivo pensando sempre più che tanto scrivere non serve a nulla, mi domando:
ma è possibile che non ci sia più nessuno che stasera non sia impegnato in qualcosa cui non può sotttrarsi?
qualcuno che non abbia dei figli di cui occuparsi, qualcuno che non abbia dei parenti da raggiungere, dei viaggi da intraprendere, un fitto calendario di impegni già fissati da mesi con quattro famiglie diverse che non si possono vedere.
qualcuno che non abbia cene con amici, che non abbia da fare gli ultimi acquisti di natale, che non abbia amici nella merda da accudire, che non sia malato lui stesso, che non abbia bisogno di essere accudito, che non sia in ospedale, che non sia in carcere, che non sia magari anche scomparso per sempre.

poi per fortuna, passandoli tutti in rassegna, ne trovo uno, anzi una.
beatamente chiusa in casa a leggere un libro “che piace alle donne e annoia gli uomini” con la scusa dell’otite che le impedisce di stare ad ascoltare più di una persona alla volta.
evviva, penso.
ma poi non oso chiederle di più e allora mi ritrovo ancora qui a scrivere la stessa canzone che ci vorrebbe Nick Cave per cantarla.

07
dic
09

Peter Punk in Via Meneghino

Ecco qualcosa che alcuni della mia generazione non erano preparati ad affrontare: invecchiare.
Così pure come invecchiare da soli, una cosa che già la generazione dei nostri genitori certamente non conosceva, almeno non nelle dimensioni in cui la conosciamo noi.
Certamente io non vi ero preparato e nemmeno ci pensavo in un pomeriggio di agosto di cui mi ricordo, durante una licenza del servizio civile.
In quel pomeriggio chiamo una mia compagna del Conservatorio di cui sono innamorato (ma non glie l’ho mai detto) per proporle di vederci.
Ora però non ricordo se l’ho chiamata sapendo che lei era a Milano da sola in agosto oppure se ho tentato la sorte.
In tutti i modi lei mi dice che ha altro da fare o che non ha voglia di uscire e lì finisce.
Oggi, 26 anni dopo, vado a trovarla proprio in quella casa dove stava quel pomeriggio.
Tento di salire sul metrò ma il primo tentativo fallisce, c’è troppa gente che va agli O Bej O Bej oppure a qualche altra fiera o gli operai che contestano la prima della Scala.
Aspetto un po’ e riprovo, va un po’ meglio ma insomma a un certo punto si riempie di nuovo e ho qualche difficoltà a scendere.
Eccomi ad Amendola-Fiera, una stazione che si chiama così anche se la Fiera non c’è più o quasi.
Faccio due passi e mi ritrovo di fronte a un palazzo in cui Bianciardi ha scritto La vita agra, nessuna lapide lo ricorda e io proseguo.
Proseguo per la via tallonando da vicino una famigliola – padre, madre e due figlie sull’anoressico andante – che erano in metrò con me, lui parla al cellulare di percentuali e provvigioni, dev’essere un agente immobiliare e tutta la via può sentire i cavoli suoi senza problemi da quanto parla forte mentre la sua famiglia tace.
La mia compagna del Conservatorio non è affatto invecchiata ma malata molto sì, è passata già varie volte dalla luce al buio e viceversa e questo ha lasciato segni pesanti sul suo corpo che malgrado ciò pare sempre quello di una bambina e mi suscita una tenerezza infinita.
Vorrei sollevarla e cullarla fra le braccia e magari dirle di quella volta in cui tentavo di corteggiarla.
Ma non è possibile, stiamo in cucina con sua sorella grande, sotto una lampada al neon, e passiamo il tempo a ricordarci di questo e di quello e soprattutto del nostro maestro del Conservatorio che suonava nell’orchestra della Scala e anche lui ultimamente non è stato molto bene.
La sorella a un certo punto se ne va, finalmente perché non stava zitta un secondo, e allora rimaniamo lì nella cucina a parlare di tutti gli altri che conosciamo solo io e lei, poi parliamo di facebook e di quanto poco le importa di usarlo, così come il computer e tutto il resto, anche se riuscisse a superare tutti gli ostacoli del suo corpo.
Siamo lì e forse siamo diventati i giovani amici che non siamo mai riusciti ad essere prima, ci parliamo sapendo esattamente di cosa stiamo parlando, cioè di tutti quelli che erano lì con noi, negli stessi luoghi e nello stesso tempo.
Poi parliamo delle nostre madri-martello e anche lì ci si capisce al volo.
Siamo invecchiati o no?
Il nostro corpo certamente ma neppure del tutto, anche il suo così offeso.
E infatti la sua pelle è ancora quella di una ragazzina, solo leggermente arrossata e ulcerata da qualche effetto collaterale dei farmaci che sta prendendo.
E io allora dopo averla cullata la vorrei prendere in spalla e scappare con lei, portarla fuori da quella casa dove vive reclusa con sua mamma e il badante cingalese.
Vorrei portarla non su facebook ma in mezzo alle strade di Milano, scivolando sul pavè come sempre bagnato, in mezzo alla gente che protesta di fronte alla Scala e poi usando il suo pass con disegnata sopra la carrozzella superare il cordone di polizia e poi il cordone delle maschere e infilarsi dentro alla Scala per vedere cosa ha combinato una regista mezza punk e mezza no-global, due tribù in effetti mai prima d’ora entrate in quel luogo, poi vedere le facce delle babbione ingioiellate, di quella fascistona della ministradelturismo e magari dir loro dietro qualche parolaccia, come facevano Bianciardi e il nostro maestro del Conservatorio quando avevano bevuto il giusto e si divertivano a sfottere la Milano del miracolo e poi noi, i figli della Milano del miracolo.
Vorrei mandare al diavolo con lei i salotti in cui siamo cresciuti e partire per una tournée permanente, l’unica cosa che lei sempre rimpiange di quando stava bene e che anch’io vorrei sempre fare, quanto meno per provare quella meravigliosa sensazione di essere lontano da tutto e il più lontano possibile dall’Italia.
E in quella tournée permanente vivere senza invecchiare mai, senza figli, senza dover fare la spesa, senza dover fare il letto, senza pensare alle bollette, svegliarsi tardi la mattina e fare tardi la sera, senza fidanzati mogli e mariti, meglio ancora senza cellulare, dall’altra parte del mondo e da questa, senza famiglie, senza madri-martello, solo con nella testa i meravigliosi padri artisti o meditativi come quelli che abbiamo avuto e che abbiamo perduto troppo presto.
Ecco, son passate due ore, accendiamo la radio per sentire le prime note dal teatro insieme alla vecchia mamma che come tutte le mamme degli altri sembra pure carina, poi ci si dà un appuntamento per una cena insieme ad altri scombinati come noi ma quando lei si sentirà meglio, magari dopo Natale.

Cercherò di tenerla stretta, adesso che – alla buon ora! -  finalmente sono riuscito ad andare a trovarla, la mia macchina del tempo e la mia linguaccia, la mia sorellina più piccola e la mia tournée.

Milano, agosto 1983-dicembre 2009

23
nov
09

caute culture

“la cultura è la precauzione di chi pretende di pensare il pensiero restando fuori dal suo percorso caotico”
(E. Glissant)

c’è una cosa che ho detto casualmente una volta a qualcuno che neanche conoscevo e nemmeno vedevo in faccia.
poi l’ho scritta in un commento di uno dei post più vecchi che potete leggere qui sopra e i miei interlocutori han detto “non ti seguo più…” o qualcosa del genere.
poi oggi l’ho detta a mia madre che ha 85 anni e che invece, inaspettatamente, sembrava comprenderla anche senza condividerla completamente ma tanto domani se ne sarà già scordata perché alla sua età ormai si scorda tutto anche dopo pochi minuti.
la cosa più o meno è questa: mi interessano le culture e non gli individui (così l’ho detta a mia madre).
ma può essere detta anche in maniera più forte: credo nelle culture e non negli individui (così l’ho detta nel post suddetto).
e anche in modo drastico e che non ammette repliche: esistono le culture e non gli individui.
ora mi piacerebbe dire qualcosa su questo tema ma temo che riuscirò solo a fare degli esempi giacché non sono un intellettuale.
ecco, tanto per cominciare, mi viene in mente qualcuno – che io amavo molto – che non molti mesi fa mi ha detto qualcosa come: “tu sei un intellettuale, hai una certa cultura, io non sono colta, non sono alla tua altezza…”.
ora, sempre tempo fa domandavo ad un amico se ormai basta leggere qualche giornale, qualche libro, vedere qualche film e occuparsi seriamente di alcune cose inerenti alla cultura e all’arte per mestiere, se bastasse questo appunto per essere considerato un intellettuale da una che magari cerca solo un buona scusa per dirti che non ricambia il tuo amore.
e l’amico, sconosolato, mi rispose che sì, probabilmente bastava questo.
e specifico che neppure il mio amico è un intellettuale bensì un avvocato.
ecco dunque che ai due individui (io e la mia amata) si sostituiscono due culture, una la mia che in questo momento non mi interessa definire e poi la sua che ammette candidamente di essere un’altra cosa, si autodefinisce attraverso l’assenza di cultura e l’interesse magari verso altre cose che magari non si percepiscono come “culturali”.
la tipa in questione per esempio amava le piante, ascoltava il reggae, faceva la spesa al “NaturaSì”, coltivava la marijuana sul suo balcone e tutte le settimane partecipava a delle sessioni di bioenergetica, tutte cose che in effetti io non faccio ma che non mi portavano a considerarla “non-colta” e non mi impedivano di amarla ugualmente come donna e dunque come individuo.
eppure lei contrapponeva, forse inconsapevolmente, la sua cultura alla mia concludendo, magari in un’altra occasione, col classico “non abbiamo nulla in comune”.

va bene, voi direte, questo ancora se la tiene legata al dito, ci fa un bel discorso sulle culture e invece vuole parlare solo di quella che gli ha dato il due di picche.
liberi di pensarlo e allora faccio un altro esempio che mi è capitato oggi (evitando il riferimento a mia madre che chissà cosa potreste pensare).
ero alla fermata dell’autobus a Porta Genova sotto una bella pioggerellina autunnale milanese (si fa per dire…) e mi si avvicina una ragazzina in compagnia del suo ragazzino domandandomi se sapevo dov’era il “Christmas Village”.
io, non avendo la più pallida idea di cosa mi stesse chiedendo, le ho domandato se sapesse in quale via si trovasse questo “Christmas Village” e quando lei me l’ha detto le ho indicato la strada per arrivare in quella via e allora lei e il suo boy-friend si sono avviati in quella direzione ma non troppo convinti.
poco dopo, salito sull’autobus, sono arrivato ad un incrocio dal quale potevo osservare la via che avevo indicato e proprio nei pressi un fabbricato interamente ricoperto di addobbi luminosi al centro del quale campeggiava, sempre formata da mille lampadine, la scritta “Christmas Village”, evidentemente una specie di centro commerciale o un “temporary store” appositamente creato in occasione del Natale e di cui ovviamente io ignoravo l’esistenza.
e tuttavia la ragazzina nel chiedermi l’informazione ha ritenuto più importante dire quel nome piuttosto che il nome della via e quando ha visto che io non ne sapevo nulla si è incamminata verso la via non troppo convinta, cosa che non sarebbe successa se io invece le avessi detto sorridente: “ah sì certo! il Christmas Village! bellissimo, anch’io ci sono appena stato, guarda, al fondo di quella via, attraversi il ponte sul Naviglio e te lo trovi sulla destra”.
dunque nella cultura della giovanissima teen-ager cresciuta nel più sfrenato consumismo sono i centri commerciali che fungono da punti di riferimento geografici mentre nella mia sono i nomi delle vie e al massimo altri luoghi che la fanciulla probabilmente manco conosce.
in questo caso certo gioca la differenza di età (allo stesso modo, ahimé, nel quale giocava con la donna amata che ha 14 anni meno di me) ma certamente si può dire che le nostre due culture non si sono parlate e questo a prescindere da noi come individui.

beh, visto che forse non siete ancora convinti parliamo d’altro, allora.
parliamo di politica, politica italiana per rimanere in un ambito (culturale?) che conosciamo bene.
è del tutto evidente che uno dei mali della politica italiana (totalmente condizionata dalla “cultura” televisiva) è quella che più o meno tutti chiamano la “personalizzazione” della politica stessa.
in effetti ahinoi ci tocca assistere a una diatriba infinita fra tizio e caio, fra bertinotti e casini, fini e fassino, berlusconi e prodi (giacché con gli altri due alfieri della “pagatezza” il primo dei due manco si è degnato di fare un dibattito televisivo) e così via.
mai che si dica, che so, “i conservatori” oppure “i comunisti” o “i monarchici” e così via.
fateci caso, spesso si dice “tu per chi voti? io voto veltroni perché bertinotti mi è antipatico” oppure “io non voto berlusconi, voto bossi” (tipica argomentazione, quest’ultima, di chi tenta in qualche modo di prendere le distanze da un voto, quello per il primo dei due, di cui si vergogna profondamente).
ovviamente il Big Cretin di Arcore è il campione indiscusso e il creatore di questo sistema, tanto è vero che si fa un vanto di aver visto passare 7 o 8 segretari dei PDS-DS-PD (manca solo PS e poi han fatto tutte le combinazioni…) mentre lui è sempre al suo posto, il posto di sé stesso giacché un partito dietro di lui praticamente non esiste, almeno nei termini in cui siamo stati abituati a considerare un partito politico finora e nei quali ancora viene pensato in molti altri paesi del mondo, anche i più presidenzialisti.
io credo che questa personalizzazione – il mettere davanti l’individuo alla cultura cioè, in questo caso la cultura politica – nasconda l’incapacità di elaborare e proclamare con chiarezza delle culture di appartenenza o, nella peggiore delle ipotesi, una volontà precisa di non dirlo, in perfetta malafede.
e così tutti giù, con la scusa della caduta del Muro, a proclamare la “fine delle ideologie”, cioè anche delle culture, che poi alla fine vuol dire l’affermarsi di una sola di esse, cioè quella del mercato o capitalista, che dir si voglia.
e credo anche che la personalizzazione sia il maggior limite di Obama, la cosa cioè che gli ha permesso di vincere, grazie all’enorme forza simbolica della sua stessa figura, e che ora gli impedisce di realizzare ciò che vorrebbe e lo conduce ad una sostanziale solitudine politica, nonostante lui sia animato da una grande volontà di dialogo (ma nessuno lo ascolta).

gli esempi da fare sarebbero infiniti e le discussioni che si possono aprire anche.
e, si badi bene, io non dico “viva le culture” in assoluto, ve ne sono anche ovviamente di molte assai perniciose e che io combatto fieramente.
veniamo però ai blog – giacché questo è un caso interessante che rivela altre cose – e poi chiudo.
anche in questo caso, anzi forse ai livelli massimi, vi è un confronto (e spesso uno scontro o un incontro) fra individui che maschera un confronto (e spesso uno scontro o un incontro) fra culture.
io me ne sono accorto negli ultimi mesi quando si sono accesi diversi dialoghi di una certa asprezza fra alcuni frequentatori del mio blog che stentavo a gestire e tutte le volte in cui, in passato, io stesso aprivo discussioni e polemiche anche aspre su vari blog che leggevo.
e la cosa nuova è che mentre prima mi ci fiondavo anche con un certo divertimento ora invece mi sono stufato.
ed una delle ragioni per cui mi sono stufato è proprio che le discussioni, qualsiasi discussione, si spostano sempre dal merito (cioè le culture diverse che si confrontano) al personale e al relazionale (cioè gli individui).
e alla fine mi sono detto che non ne vale la pena, è qualcosa che già è difficile da gestire nella vita, figurarsi nella rete.
meglio allora restare nel proprio e non andare a discutere con chi non appartiene alla stessa cultura.
cosa che vale anche nella vita, con la mamma o con la fidanzata, con gli amici, i figli e i colleghi di lavoro.
con una differenza sostanziale.
che è il corpo (i corpi) e dunque la cura del nostro e di quello degli altri, l’attrarsi o il respingersi di uno con l’altro o più semplicemente il sistema di segni e suoni in qualche modo pre-culturali (e anche su questo ci sarebbe da discutere) che ciascuno di essi è in grado di mettere in scena generando l’unica comunicazione fra individui che alla fine mi sembra possibile.

12
nov
09

plus de chansons

Hello, hello, hello
Is there anybody home?
I’ve only called to say
I’m sorry.
The drums are in the dawn,
and all the voices gone.
And it seems that there are no more songs.
Once I knew a girl
She was a flower in a flame
I loved her as the sea sinks/sings(?) sadly
Now the ashes of the dream
Can be found in the magazines.
And it seems that there are no more songs.
Once I knew a sage
who sang upon the stage
He told about the world,
His lover.
A ghost without a name,
Stands ragged in the rain.
And it seems that there are no more songs.
The rebels they were here
They came beside the door
They told me that the moon was bleeding
Then all to my suprise,
They took away my eyes.
And it seems that there are no more songs.
A (scar, star)?? is in the sky,
It’s time to say goodbye.
A whale is on the beach,
He’s dying.
A white flag in my hand,
And a white bone in the sand.
And it seems that there are no more songs.
Hello, hello, hello
Is there anybody home?
I’ve only called to say
I’m sorry.
The drums are in the dawn,
and all the voices gone.
And it seems that there are no more songs.
It seems that there are no more songs.
It seems that there are no more songs.

01
nov
09

sfigati

ebbene sì, non ci sto più dentro.
e alla fine non mi tengo più e lo devo dire, a costo di passare per antipatico, per snob o quello che volete voi, tanto ci passo comunque.
però alla fine siccome lo penso è inutile che faccia finta di essere gentile, comprensivo, aperto e tollerante.
il problema andrebbe invece rovesciato.
e cioè ci si dovrebbe chiedere perché coloro che sono immersi nelle varie sotto-culture di massa o nelle varie sotto-poltiche maggioritarie e bipolari non si rendono conto di essere loro degli sfigati e non si dimostrano un po’ curiosi e interessati a noi che cerchiamo di portare avanti qualcosa che ha più radici, pesa di più, è minoritario e critico, aspira alla trasformazione di sé e del mondo e richiede impegno ed attenzione continui (come diceva Calvino e invece loro se ne ricordano solo per via della “leggerezza”, guarda caso).
e invece no, che cosa succede?
succede che gli sfigati siamo noi, siamo noi quelli che passiamo per estremisti o per pallosi o per intellettuali anche quando non lo siamo o per bacchettoni quando non lo siamo.
e loro invece bei tranquilli, perché hanno dalla loro la ragione dell’essere maggioranza, ci sfottono allegramente e soprattutto ci riducono al silenzio (politico) o alla fame (in quanto artisti).

e invece no, certe cose vanno dette:
per esempio, per stare nell’attualità, che Hallowen è roba da sfigati, sotto-cultura americana dunque neppure nostra, importata senza alcun criterio e nessuna ragione.
oppure che Baricco è roba da sfigati, sotto-cultura letteraria buona per quelli che non hanno mezzo libro in casa e neppure ne han mai preso uno in biblioteca però han capito che se leggono Dan Brown è da sfigati di destra mentre se leggono Baricco è roba di cui magari puoi parlare anche in un salotto radical-chic.
idem dicasi per Houllebecq, Von Trier, Tarantino, Allevi, Einaudi e Capossela nei rispettivi campi.
tutti senza storia, senza radici, ognuno scimmiotta qualcos’altro, letteratura di genere, musica di genere, film di genere.
oppure Veltroni, che prima dice che non si candida e poi si candida, prima dice che farà il partito degli individui e che la lotta di classe è finita, poi dice che “siamo ad un’incollatura” e non è vero, poi perde e non si dimette, poi perde un’altra volta e si dimette ma senza assumersi alcuna responsabilità e continuando a pensare di avere ragione, dopo peraltro aver fatto un accordo con Berlusconi per far fuori Prodi e Bertinotti e dopo aver fatto un secondo accordo con Berlusconi per far fuori la sinistra anche alle Europee – bel campione di democrazia – poi alla fine, dopo che finalmente si è dimesso, scrive un bel libro che si intitola “NOI” dove finalmente scopre le deviazioni dell’IO ma anche questa volta continua a dire che lui aveva ragione.
il tutto dopo aver portato nel mercato qualsiasi idea di beni culturali da ministro dei suddetti e da sindaco di Roma.
roba da sfigati anche questa però nessuno lo dice, giacché a nessuno fa piacere dire di aver votato uno sfigato del genere e dunque passa lui per un intellettuale e pure in buona fede, roba da matti.
di Marrazzo invece non vale la pena di parlare tanto è sfigato, però almeno non difendiamolo, vetri specchi e muri non reggerebbero tanti arrampicatori davvero.

a tutti questi io invece preferisco, che so, chiunque abbia uno straccio di carisma, di intelligenza relazionale – dunque politica -  o che sia un po’ davvero sexy o quanto meno onesto o, come diceva la nonna di Persepolis, che sia integro e coerente.
da questo punto di vista pure la Merkel sembra una marziana (forse perché viene dalla Germania Est, senza farne un’ossessione?) e anche Obama, per spostarci un po’ più a sinistra, sembrava partito bene, ora vedremo che combina, quanto meno alla faccia di tutti i cinici e porta jella italioti che uno così lo vedranno fra cent’anni, lui sì quanto meno un intellettuale e molto sexy, senza ombra di dubbio.
e magari ce ne fossero così anche più a sinistra, buio pesto invece, eccezion fatta forse per Besancenot in Francia, anche lì una marea di sfigati che ripetono tristemente cose già dette e ridette, senza crederci, senza creatività, senza un’idea nuova, in Italia si son lasciati massacrare senza neppure fiatare, anzi quasi sentendosi in colpa di esistere.
ecco, questo sul piano politico, ma per fortuna nelle arti e culture varie la situazione è ben più consolante, ce n’è un’infinità, essendo che son discipline durevoli, grazie alle invenzioni come la carta stampata e i vari mezzi di riproduzione del suono e le tecniche di restauro.
ah finalmente si respira, musica, teatro, “spectacle vivant” come dicono in Francia e trovo che sia un bellissimo modo di dire, i grandi del passato e quelli del secolo scorso, Pina Bausch e Calderon de la Barca, Mozart e Rameau, Bartok e Messiaen e poi il jazz, Bud Powell, Cecil Taylor e tutta la scena contemporanea.
oh, sto parlando di nomi noti e stranoti, mica di carneadi o oggetti di culto.
eppure no, per loro, lo sfigato sono io che ascolto ste cose, io lo snob, io l’intellettuale.
e qui le due cose, arte e politica, si tendono la mano e facendo passare me per sfigato (cioè minoritario perché fuori dal mercato) riescono a far sentire appagati tutti gli altri maggioritari che si acculturano con Allevi, i più fighetti con Einaudi, i più alternativi con Capossela, i più jazzofili con Bollani, i più post-moderni con Tarantino, i più misticheggianti con Von Trier, i più engagé con Houllebecq e Baricco.
però se critichi tutti questi dicendo che sono meri prodotti di mercato, quasi un genere a sé stante, come il prosciutto e il detersivo per i piatti, loro per tutta risposta attaccano te (dimostrando per altro di identificarsi con quelli) e ti guardano con sufficienza dandoti del cretino o del rompicoglioni e nel migliore dei casi dell’estremista o dello snob a tutti costi.

loro invece che passano le serate davanti alla televisione e creano la loro idea della politica guardando Santoro e Gad Lerner e quella della cultura guardando Fazziofabbio, loro invece sono molto fighi e al passo coi tempi mentre io che leggo Pasolini, Foucault, Bianciardi, John Berger e Benasayag (di cui mai si parlerà in tv), ascolto Britten, Robert Wyatt, Ani Di Franco e Magic Malik (di cui mai si parlerà in tv) sempre per parlare dei più noti, io che mi guardo ancora la Nouvelle Vague o i film di Avi Mograbi o di Kaurismaki, io che seguo tutto questo e magari come un pirla ne scrivo pure sul mio blog, io sono un’estremista intellettualoide, nostalgico e pre-postmoderno, in una parola uno sfigato fuori dal mondo e dal tempo.  e magari me la tiro solo per fare colpo – su chi poi non si sa, dato che tutti gli altri stanno dall’altra parte e manco ti ascoltano (salvo altri pochissimi minoritari).

beh, io sono stufo francamente.
me ne sto con quelli che sono come me e se non esistono allora me ne sto da solo.
questo nella vita e nella rete, non c’è differenza alla fine.